
Sergio Santarini dava del lei a tutti. Anche ai compagni più anziani, ai cronisti giovani come lui, ai tifosi. Educato, elegante, capitano. Dal resoconto di una partita: «Un signore. Difensore con la faccia da ma-stino, ma in guanti bianchi, un libero col piumino da cipria». Gioca nella Roma di Helenio Herrera e Nils Liedholm. Con un Mago e un Barone, il massimo allora. Faceva coppia con Aldo Bet, compagni in campo e cognati: hanno sposato due sorelle. Santarini ha 77 anni e vive a Rimini, la città dove è nato.
Come sta, Sergio?
«Così così. Sono un po' debole di memoria, ma c'è mio figlio Mauro che mi aiuta. Siamo da poco tornati dalla Spagna. Il mio vecchio amico Ancelotti mi ha invitato a vedere il derby con il Rayo Vallecano, la terza squadra di Madrid. Belle giornate, mi ha fatto tanto piacere incontrare Carlo. E poi ho visto dei fenomeni come Mbappé e Vinicius».
Lei il fenomeno più grande lo ha sfidato. Ricorda di quella vol-ta che ha marcato Pelè?
«Era l'estate del 1967, io ero del Rimini e il Venezia, impegnato in amichevole con il Santos a Riccione, mi ha chiesto di giocare. È finita 1-0 per loro. Pelè l'ho controllato abbastanza bene e alla fine mi ha fatto i complimenti. Quella partita, un'esibizione estiva, è stata la mia fortuna».
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Tredici stagioni, poi capitano al posto di Losi “core de Roma”. Il momento più esaltante?
«I tredici campionati. Tutti. I tre successi in Coppa Italia, il rapporto con i miei compagni, tanti, bravi. Da Capello a Peirò. Poi il povero Giuliano Taccola, Cordova, Amarildo. E Di Bartolomei, Pruz-zo, Falcao, Ancelotti... E i miei grandi allenatori, Herrera e Liedholm. È stato tutto molto bello».
Proprio tutto?
«Beh, ho il rimpianto di non aver vinto lo scudetto. L’avevamo sognato e preparato. La vera svolta fu quando arrivò Liedholm e si cominciò giocare a zona. C’era scetticismo, si disse che io e Turone non eravamo adatti. Liedholm non si fece condizionare. La sua, e la nostra, era un’idea di progresso. Fu un bene non solo per ]a Roma, ma per il calcio italiano. Io credo di essere stato il primo difensore a impostare, a fare gioco e distendermi in avanti. Tutti mi dicevano che lo facevo bene. Lo scudetto è arrivato l’anno dopo la mia partenza, io ero a Catanzaro».
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